pessari vaginali

Pessari vaginali: cosa sono, tipi e quando usarli contro il prolasso

Una guida chiara ai pessari vaginali: come funzionano, quando sono indicati e perché rappresentano una valida alternativa alla chirurgia in molti casi.

Quando le strutture che sostengono gli organi pelvici perdono tono o supporto, può comparire il cosiddetto prolasso degli organi pelvici, una condizione piuttosto comune soprattutto dopo gravidanze, parto, menopausa o con l’avanzare dell’età.

Tra le diverse opzioni terapeutiche disponibili, non sempre è necessario ricorrere subito alla chirurgia. Esistono infatti soluzioni conservative, efficaci e poco invasive, come i pessari vaginali. Si tratta di dispositivi medici che vengono inseriti in vagina per sostenere gli organi prolassati, migliorando i sintomi e la qualità della vita.

I pessari non sono tutti uguali: ne esistono diverse forme e dimensioni, e la scelta dipende dal tipo e dal grado di prolasso, oltre che dalle caratteristiche anatomiche e dalle esigenze della paziente. Tra i modelli più utilizzati troviamo il pessario ad anello e quello cubico.

Il pessario ad anello

Il pessario ad anello è probabilmente il più semplice e diffuso. Ha una forma circolare, morbida e flessibile, e viene spesso consigliato nei casi di prolasso lieve o moderato. Questo tipo di pessario è generalmente ben tollerato e può essere mantenuto anche per periodi prolungati, con controlli periodici e sostituzione del dispositivo ogni 4-6 mesi. Rimanendo sempre in sede vaginale, è consigliabile l’utilizzo di gel e/o ovuli vaginali per migliorare il trofismo dei tessuti e prevenire irritazioni o infezioni. In alcune versioni può essere dotato di una membrana centrale che offre un supporto aggiuntivo.

Il pessario cubico

Diverso è il caso del pessario cubico, che ha una forma a cubo con piccole concavità sulle superfici. Questa struttura gli permette di aderire alle pareti vaginali grazie a un effetto “ventosa”, garantendo un sostegno più deciso. Proprio per questo motivo viene utilizzato soprattutto nei prolassi più avanzati o quando altri pessari non risultano sufficienti. Il pessario cubico, a differenza di quello ad anello, richiede una gestione più attiva da parte della paziente: di solito deve essere rimosso quotidianamente la sera e riposizionato la mattina per permettere una corretta igiene e ridurre il rischio di irritazioni o infezioni. L’utilizzo e l’autogestione risultano comunque semplici e il primo addestramento avviene sotto la supervisione medica o ostetrica nel corso del primo inserimento.

Entrambi i tipi di pessario possono alleviare sintomi come la sensazione di peso pelvico, la difficoltà urinaria o la sensazione di “ingombro” vaginale. Inoltre, rappresentano una valida soluzione per le donne che non possono o non desiderano sottoporsi a un intervento chirurgico, oppure come supporto temporaneo in attesa di un trattamento definitivo.

È fondamentale sottolineare che l’utilizzo del pessario deve sempre essere seguito da un professionista sanitario. La scelta del modello e della misura corretta, così come il monitoraggio nel tempo, sono passaggi essenziali per garantire efficacia, sicurezza e comfort. Durante i controlli, il medico verifica lo stato dei tessuti vaginali e l’eventuale necessità di modificare il dispositivo o la modalità d’uso.

Il nostro approccio al pessario: un percorso guidato e personalizzato

Presso Centro Salute Pelvi, l’utilizzo del pessario non è un semplice inserimento di un dispositivo, ma parte di un percorso strutturato e multidisciplinare, studiato sulle caratteristiche di ogni donna.

Il percorso prevede:

  • Valutazione specialistica iniziale: viene eseguita una visita uroginecologica completa per valutare il tipo e il grado di prolasso, le caratteristiche anatomiche e i sintomi riferiti.
  • Scelta personalizzata del pessario: il tipo e la misura del pessario vengono scelti in modo mirato, tenendo conto della tollerabilità, dello stile di vita e delle esigenze individuali.
  • Primo inserimento e addestramento: durante il primo inserimento, la paziente viene accompagnata nella comprensione del dispositivo e, quando indicato, istruita alla gestione autonoma.
  • Controlli periodici programmati: il follow-up è fondamentale per verificare il corretto posizionamento, lo stato dei tessuti vaginali e l’efficacia del trattamento nel tempo.
  • Integrazione con riabilitazione del pavimento pelvico: quando necessario, il pessario può essere associato a un percorso di riabilitazione pelvica per migliorare ulteriormente il supporto e i sintomi.

Questo approccio permette di ottenere maggiore efficacia, sicurezza e comfort nel lungo periodo.

Scopri come funziona il percorso di diagnosi e trattamento del prolasso nella pagina dedicata all’uroginecologia del Centro Salute Pelvi.

Bibliografia

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2. Pizzoferrato AC, Nyangoh-Timoh K, Martin-Lasnel M, Fauvet R, de Tayrac R, Villot A. Vaginal Pessary for Pelvic Organ Prolapse: A French Multidisciplinary Survey. J Womens Health (Larchmt). 2022 Jun;31(6):870-877. doi: 10.1089/jwh.2021.0229. Epub 2021 Sep 27.
3. Miceli A, Dueñas-Diez JL. Effectiveness of ring pessaries versus vaginal hysterectomy for advanced pelvic organ prolapse. A cohort study. Int Urogynecol J. 2019 Dec;30(12):2161-2169. doi: 10.1007/s00192-019-03919-8. Epub 2019 Mar 12.
4. Nemeth Z, Kolumban S, Schmidt R, Gubas P, Kovacs K, Farkas B. Self-management of vaginal cube pessaries may be a game changer for pelvic organ prolapse treatment: a long-term follow-up study. Int Urogynecol J. 2023 Apr;34(4):921-927. doi: 10.1007/s00192-022-05287-2. Epub 2022 Jul 16

FAQ Pessari Vaginali

No, se scelto correttamente e posizionato da un professionista esperto, il pessario non deve causare dolore. Nelle prime fasi può essere necessaria una breve fase di adattamento, ma la maggior parte delle donne lo tollera molto bene.
Generalmente sono consigliati controlli periodici ogni 4–6 mesi, anche se la frequenza può variare in base al tipo di pessario e alle caratteristiche della paziente.
Sì. Il pessario consente di svolgere le normali attività quotidiane, camminare, lavorare e, in molti casi, praticare attività fisica leggera.
In molti casi sì. Il pessario rappresenta una valida alternativa alla chirurgia oppure una soluzione temporanea per migliorare i sintomi e la qualità della vita.
Dipende dal tipo di pessario utilizzato. Alcuni modelli, come quello ad anello, possono essere compatibili con i rapporti sessuali, mentre altri, come il pessario cubico, devono essere rimossi.
No. Dopo un adeguato addestramento iniziale, molte donne imparano facilmente a gestirlo in autonomia, soprattutto nel caso dei pessari che richiedono rimozione quotidiana.

Cistite ricorrente che non guarisce: cosa non fare (e perché)

Hai fatto più cicli di antibiotici, eppure la cistite continua a tornare? Quando le infezioni urinarie diventano ricorrenti e non guariscono, insistere con la stessa strada non è sempre la soluzione migliore. In questo articolo vediamo cosa non fare, perché, e soprattutto cosa fare davvero alla luce degli studi più recenti. Se invece cerchi una panoramica completa su cause, sintomi ed esami, trovi tutto nell’approfondimento dedicato alla cistite ricorrente: cause, sintomi e diagnosi.

Quando la cistite ritorna, l’antibiotico non è sempre la risposta

Le infezioni delle vie urinarie sono altamente soggette a recidiva: una quota significativa di donne sviluppa forme ricorrenti, con un impatto rilevante sulla qualità della vita. Per molto tempo il problema è stato affrontato quasi esclusivamente con l’antibiotico ma, quando gli episodi si ripetono, questo approccio mostra i suoi limiti.

Diversi studi recenti suggeriscono un potenziale legame tra l’uso prolungato di antibiotici nelle donne con infezioni urinarie ricorrenti e un aumento del rischio di infezioni gravi, come pielonefrite e setticemia. L’uso continuo o soppressivo, soprattutto in assenza di prove chiare di efficacia nella prevenzione delle recidive, mette in discussione l’impiego diffuso della profilassi antibiotica a lungo termine. Ne emerge la necessità di una prescrizione più oculata e di un uso più restrittivo delle terapie soppressive.

Cosa NON fare quando la cistite continua a tornare

Quando le infezioni urinarie ricorrono, alcune abitudini diffuse rischiano di peggiorare la situazione. In particolare:

  • Non assumere antibiotici automaticamente ai primi sintomi, senza una valutazione adeguata: la terapia “empirica” o l’auto-assunzione sono il modo più rapido, ma non il più sicuro, di affrontare il problema.
  • Evitare cicli ripetuti o sequenze di antibiotici non guidati da una diagnosi precisa: non sono privi di conseguenze sull’organismo e favoriscono i meccanismi di resistenza, riducendo le opzioni terapeutiche quando servono davvero.
  • Non affidarsi a integratori “a prolungare la resa” assunti in autonomia e senza criterio: da soli non risolvono la causa e possono dare un falso senso di sicurezza.
  • Non trascurare l’equilibrio dell’ecosistema intestinale, vaginale e vulvare: cicli ripetuti di antibiotici possono peggiorare la disbiosi e alimentare un vero e proprio circolo vizioso, in cui più antibiotici aumentano la fragilità dell’organismo e favoriscono nuove recidive.

Verso nuovi approcci: microbiota, disbiosi e prevenzione

Le più recenti scoperte microbiologiche stanno cambiando la comprensione delle infezioni delle vie urinarie. Le revisioni e gli studi sui microbiomi intestinale, vaginale e urinario sostengono sempre di più una visione integrata: la salute della vescica non dipende solo dall’urina o dal germe isolato, ma anche dalla qualità dell’ecosistema che circonda l’apparato urinario.

Intervenire sul microbiota per riequilibrarlo può rappresentare un nuovo approccio terapeutico. Comprenderne il funzionamento apre la strada a probiotici più efficaci, in grado di prevenire le infezioni in modo naturale e ridurre l’uso di antibiotici, limitando il rischio di resistenze. Parallelamente, la metabolomica e la ricerca nutrizionale stanno indagando quali nutrienti favoriscono la crescita batterica e il ruolo del pH urinario, aprendo la strada a strategie di prevenzione mirate.cistiti ricorrenti

Cosa fare davvero quando la cistite continua a tornare

Quando gli episodi si ripetono, il passo più importante non è cambiare continuamente antibiotico, ma capire perché quella paziente continua a infiammarsi o a infettarsi.

Il primo punto è una corretta valutazione specialistica. Serve per distinguere una vera infezione urinaria ricorrente da altre condizioni che possono dare sintomi simili, come ipersensibilità vescicale, dolore pelvico, infiammazione cronica, disbiosi vaginale o problematiche vulvari.

Il secondo passaggio fondamentale è la valutazione del pavimento pelvico. In alcune donne un tono muscolare aumentato può creare una condizione di ipertono e difficoltà al rilassamento. Questo può contribuire non solo a bruciore, urgenza e fastidio urinario, ma anche a dolore nei rapporti. Quando durante i rapporti c’è attrito su tessuti già sensibili o poco trofici, possono verificarsi microlesioni che favoriscono infiammazione locale e aumentano la vulnerabilità ai sintomi recidivanti.

Un altro elemento da valutare è il trofismo vulvare e vaginale. In menopausa, l’atrofia legata al calo estrogenico può favorire secchezza, fragilità dei tessuti, alterazione del pH e riduzione dei lattobacilli. Ma anche in donne giovani, in alcuni casi, assetti ormonali specifici o l’uso della pillola possono associarsi a una maggiore fragilità mucosa, con microtraumi e sintomi che favoriscono il quadro delle recidive. Il ruolo del deficit estrogenico e delle alterazioni del microbiota vaginale nel rischio di IVU ricorrenti è ben supportato soprattutto nelle donne in postmenopausa.

Va poi considerato il microbiota vaginale, che dovrebbe essere il più possibile sano e lattobacillare: un ecosistema vaginale protettivo è un tassello importante nella prevenzione delle recidive. Infine, è necessario aprire un grande capitolo sul microbiota intestinale. La disbiosi intestinale e l’infiammazione cronica possono favorire uno squilibrio persistente del serbatoio batterico enterico; a loro volta, cistiti ripetute e antibiotici frequenti possono peggiorare ulteriormente la salute intestinale, alimentando il circolo vizioso. Per questo, nelle donne con cistite ricorrente, guardare anche all’intestino non è un dettaglio accessorio, ma parte del problema.

In pratica, i passi giusti sono questi:

  • confermare se si tratta davvero di un’infezione urinaria ricorrente;
  • fare una valutazione specialistica accurata;
  • eseguire una valutazione del pavimento pelvico;
  • valutare trofismo vulvare e vaginale;
  • considerare la qualità del microbiota vaginale;
  • non trascurare il ruolo del microbiota intestinale;
  • usare antibiotici in modo più mirato e meno automatico;
  • integrare, quando indicato, strategie complementari personalizzate.

Cistite ricorrente: il metodo del Centro Salute Pelvi

Quando la cistite continua a tornare, il nostro approccio non si limita alla terapia dell’episodio acuto, ma punta a comprendere le cause che favoriscono le recidive. Per questo la gestione delle cistiti ricorrenti si inserisce in un percorso multidisciplinare dedicato alla cistite ricorrente che può includere:

Valutazione specialistica uroginecologica

Per distinguere una vera infezione urinaria da altre condizioni che possono dare sintomi simili, come infiammazione cronica, dolore pelvico o alterazioni uro-genitali.

Valutazione del pavimento pelvico

Per individuare eventuale ipertono muscolare, difficoltà di rilassamento o fastidio durante i rapporti. L’eccessiva tensione muscolare può causare attrito sui tessuti, microlesioni e irritazione locale, creando un terreno favorevole alla comparsa o al mantenimento dei sintomi.

Valutazione del trofismo vulvare e vaginale

Particolarmente importante in menopausa, ma utile anche nelle donne più giovani, per identificare eventuali condizioni di fragilità mucosa o secchezza, ad esempio a seguito di assunzione della pillola.

Valutazione del microbiota vaginale e intestinale

Per individuare eventuali squilibri che possono favorire le recidive e impostare strategie mirate di riequilibrio.

Conclusione

La cistite ricorrente non è sempre solo un problema di batteri da eliminare. Spesso è il risultato di un ecosistema alterato, in cui vescica, vagina, intestino, ormoni e pavimento pelvico si influenzano a vicenda. Per questo, quando il disturbo continua a tornare o non guarisce davvero, la strada più efficace non è aggiungere terapie a caso, ma fare una valutazione completa e personalizzata.

Bibliografia

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  • Stapleton AE. The vaginal microbiota and urinary tract infection. Microbiol Spectr. 2016 Aug;4(6). PubMed PMID: 27856529

 

FAQ Cistite Ricorrente

Sì. Un pavimento pelvico troppo contratto (ipertono) può favorire dolore, bruciore urinario e fastidio durante i rapporti. L’eccessiva tensione muscolare può causare attrito sui tessuti, microlesioni e irritazione locale, creando un terreno favorevole alla comparsa o al mantenimento dei sintomi. Una valutazione del pavimento pelvico può aiutare a identificare e trattare queste condizioni.
Sì. L’intestino rappresenta uno dei principali serbatoi di batteri che possono causare infezioni urinarie. Una disbiosi intestinale può favorire la persistenza di batteri uropatogeni e aumentare il rischio di recidive. Inoltre, cicli ripetuti di antibiotici possono peggiorare l’equilibrio intestinale, contribuendo a un circolo vizioso.
Sì. In menopausa, la riduzione degli estrogeni può causare secchezza vaginale, aumento del pH vaginale, riduzione dei lattobacilli e maggiore fragilità dei tessuti. Questi cambiamenti rendono l’ambiente uro-genitale più vulnerabile alle infezioni e alle recidive.
Alcuni composti naturali, come mannosio, mirtillo rosso, uva ursina o melograno, possono avere un ruolo come supporto alla prevenzione, ma non sostituiscono una valutazione clinica e un trattamento personalizzato. La loro efficacia dipende dal contesto clinico e dal corretto inquadramento del problema.
È consigliabile una valutazione specialistica quando la cistite si ripresenta frequentemente, i sintomi persistono nonostante le terapie, le urine risultano negative ma i disturbi continuano, compare dolore durante i rapporti, sono presenti bruciore o fastidio cronico. In questi casi è importante valutare l’intero sistema uro-genitale e non solo la vescica.