Donna durante un esercizio di rinforzo del pavimento pelvico supervisionato da una specialista

Perdo urina quando corro o salto: l’incontinenza da sforzo nello sport

Una piccola perdita di urina durante uno scatto in corsa, un salto con la corda, un box jump o un sollevamento pesante: se ti è capitato, non sei un caso raro. Tra chi fa attività fisica, soprattutto negli sport ad alto impatto, le perdite da sforzo sono molto più diffuse di quanto si creda. Il problema è che quasi nessuna ne parla, e in tante finiscono per ridurre gli allenamenti o rinunciare del tutto.

La buona notizia è che non è un prezzo da pagare per stare in forma, e non serve smettere. Qui parliamo nello specifico dello sport: perché il movimento intenso fa emergere le perdite e cosa funziona davvero per tornare ad allenarti serena. Se invece cerchi il quadro clinico completo (cos’è, tutte le cause, come si fa la diagnosi e quali trattamenti esistono) lo trovi nella nostra guida all’incontinenza urinaria femminile.

Perché proprio durante lo sport

Il meccanismo è tutto nella pressione. Quando corri, salti o sollevi un carico, la pressione dentro l’addome aumenta di colpo e spinge verso il basso sulla vescica. Se il pavimento pelvico e la muscolatura addominale non reggono quella spinta in modo coordinato, una piccola quantità di urina sfugge. Non è la vescica a essere “debole”: è la tenuta a cedere nel momento dello sforzo.

Gli sport ad alto impatto sono i più tipici proprio per questo: corsa, salti, crossfit, trampolino, sollevamento pesi. L’impatto ripetuto e le variazioni brusche di pressione mettono alla prova la coordinazione tra respiro, addome e perineo. Le cause di fondo (gravidanza e parto, cambiamenti ormonali, tosse cronica, alcuni interventi) le approfondiamo nella pagina dedicata: lo sport non le crea, ma è spesso ciò che le fa emergere.

Smettere di allenarti non è la soluzione

La reazione più comune è ridurre l’intensità o mollare la disciplina che “fa perdere”. È comprensibile, ma non risolve nulla: il problema resta e tende a presentarsi anche in altri momenti, come un colpo di tosse o una risata. Rinunciare al movimento significa perdere i suoi benefici senza guadagnare in cambio la continenza.

L’obiettivo giusto non è fare meno, ma allenare la tenuta perché regga lo sforzo. È un lavoro fisico, molto più simile a un programma di potenziamento che a un rimedio passivo.

Cosa funziona davvero

Il percorso non è “fai più esercizi di Kegel”. È un lavoro strutturato che parte da una valutazione e si costruisce sul tuo caso:

  • The Knack, cioè anticipare lo sforzo. Si impara a contrarre il pavimento pelvico un istante prima e durante lo sforzo (il salto, lo scatto, il sollevamento). È un gesto che, allenato, diventa automatico e blocca la perdita sul nascere.
  • Coordinare respiro e pressione. Trattenere il fiato e spingere in apnea sotto carico aumenta la pressione verso il basso. Imparare a gestire il respiro durante l’esercizio cambia molto.
  • Progressione del carico. Come in palestra, la muscolatura va allenata per forza, resistenza e rapidità, aumentando gradualmente la difficoltà invece di ripetere sempre lo stesso esercizio.
  • Il pessario da sforzo. In alcuni casi un piccolo dispositivo di supporto, usato durante l’attività intensa, dà una tenuta meccanica temporanea mentre si lavora sulla causa.

Perché il fai-da-te spesso non basta

Gli esercizi trovati online sono generici e, soprattutto, non verificano come li esegui. Molte donne, in buona fede, contraggono glutei o addominali al posto del perineo, oppure spingono invece di trattenere: un gesto scorretto non solo è inutile, ma rinforza uno schema sbagliato. Una prima valutazione serve proprio a capire quali muscoli stai davvero attivando e a costruire un programma calibrato sul tuo sport e sul tuo punto di partenza.

Quando rivolgersi a uno specialista

Se le perdite compaiono in modo regolare durante l’attività fisica, o se hai già iniziato a evitare certi esercizi per paura, è il momento di parlarne. Non serve aspettare che “peggiori”: prima si interviene, più il percorso è breve. Al Centro Salute Pelvi la valutazione del pavimento pelvico è il primo passo, e da lì si costruisce un percorso su misura, spesso in squadra tra fisioterapista, ostetrica e, quando serve, ginecologo o urologo.

Domande frequenti (per chi fa sport)

Posso continuare a fare sport se ho perdite di urina?

Sì. Nella grande maggioranza dei casi non serve rinunciare: l’obiettivo è allenare la tenuta perché regga lo sforzo, imparando a coordinare pavimento pelvico, respiro e gestione della pressione addominale.

Devo smettere di correre o fare crossfit?

Quasi mai. Può avere senso modulare temporaneamente carico e impatto mentre lavori sulla causa, ma la strada è tornare all’attività con una tenuta più efficiente, non abbandonarla.

Gli esercizi di Kegel bastano per chi fa sport?

Da soli e fatti a caso, spesso no. Serve un lavoro strutturato che alleni anche la rapidità di contrazione e la coordinazione con lo sforzo (il cosiddetto “Knack”), e che verifichi che tu stia usando i muscoli giusti.

Il pessario da sforzo va bene durante l’allenamento?

In alcuni casi sì: è un supporto meccanico temporaneo utile durante l’attività intensa. Va scelto e provato con uno specialista, e affianca il percorso riabilitativo, non lo sostituisce.

In sintesi

Perdere urina durante lo sport è comune, ma non è normale e non è una condanna a rinunciare al movimento. È un segnale che la tenuta del pavimento pelvico va allenata, e con il percorso giusto si torna ad allenarsi senza pensieri.

Se vuoi capire da dove partire, prenota una prima valutazione o leggi la nostra guida completa sull’incontinenza urinaria femminile.

Esercizi guidati per il pavimento pelvico dopo il parto al Centro Salute Pelvi di Torino

Esercizi per il pavimento pelvico dopo il parto: perché il fai-da-te può essere un errore

Dopo il parto moltissime donne provano a rimettersi in sesto da sole: qualche esercizio di Kegel visto online, un video, i consigli di un’app. È comprensibile, ma la scienza è chiara: dopo il parto la riabilitazione non è uguale per tutte, e farla nel modo sbagliato può non servire a nulla o, in alcuni casi, peggiorare le cose.

Se cerchi la spiegazione completa di che cos’è e come funziona il percorso, la trovi nella nostra guida alla riabilitazione del pavimento pelvico dopo il parto. Qui rispondiamo a un dubbio molto concreto: gli esercizi da sola bastano?

Perché gli esercizi “da sola” spesso non funzionano

Il problema principale è tecnico. Gli studi mostrano che circa il 30% delle donne che esegue esercizi per il pavimento pelvico senza supervisione li fa in modo scorretto: contrae i muscoli sbagliati, spinge invece di trattenere, oppure attiva addome e glutei al posto del perineo. Un esercizio eseguito male non è soltanto inutile: può rinforzare uno schema di movimento errato.

A questo si aggiunge un dettaglio spesso sottovalutato: subito dopo il parto molte donne non riescono nemmeno a percepire il proprio pavimento pelvico. Senza consapevolezza di quella zona, “fare gli esercizi” diventa un gesto alla cieca.

Non sempre serve rinforzare

C’è un equivoco molto diffuso: si pensa che dopo il parto bisogni sempre “rinforzare”. Non è così. In alcuni casi il pavimento pelvico è già contratto o ipertonico, e insistere con esercizi di rinforzo peggiora sintomi come il dolore o l’urgenza. Solo una valutazione può dire di cosa ha davvero bisogno il tuo corpo: a volte l’obiettivo è imparare a rilassare, non a stringere.

Attenzione alla diastasi: gli addominali “classici” possono peggiorarla

Tra i lasciti più comuni del post-parto c’è la diastasi dei retti, quella sensazione di pancia gonfia e di debolezza addominale che resta anche a mesi di distanza. Riprendere con gli addominali classici (crunch, plank aggressivi) senza una valutazione può accentuarla. Non significa che l’addome sia off-limits: significa che va riattivato nel modo e nei tempi giusti.

Cosa fa davvero la differenza: una valutazione su misura

La differenza tra un esercizio a caso e un percorso efficace è la personalizzazione. Al Centro Salute Pelvi la riabilitazione parte sempre da una valutazione del pavimento pelvico e della diastasi, per capire il punto di partenza. Da lì si lavora prima sulla propriocezione, cioè sul “ritrovare” i muscoli, e solo dopo, se serve, sul rinforzo. Gli esercizi vengono scelti e calibrati sul tuo caso, non presi da un video.

Tutto il percorso, fase per fase, lo trovi nella pagina dedicata alla riabilitazione post-parto.

Domande frequenti

Posso fare gli esercizi di Kegel da sola?

Puoi, ma il rischio è di eseguirli male. Gli esercizi scelti in autonomia non sono sempre efficaci e in alcuni casi possono peggiorare prolasso o incontinenza. Una prima valutazione ti insegna la tecnica corretta e quali esercizi servono davvero a te.

Gli esercizi visti online o su un’app vanno bene?

Sono generici, pensati per “tutte” e quindi per nessuna in particolare. Dopo il parto ogni situazione è diversa: lo stesso esercizio può aiutare una donna e peggiorarne un’altra.

Se eseguo male gli esercizi posso peggiorare?

Sì, può succedere. Un movimento scorretto rinforza uno schema sbagliato e, in presenza di prolasso o ipertono, può accentuare i sintomi. Per questo la supervisione iniziale è così importante.

In sintesi

Muoversi e prendersi cura del proprio corpo dopo il parto è giusto e importante. Ma “fai-da-te” e “personalizzato” non sono la stessa cosa: una valutazione iniziale ti evita mesi di esercizi inefficaci e ti fa partire nella direzione giusta.

Se vuoi capire da dove iniziare, prenota una valutazione o leggi la nostra guida completa sulla riabilitazione del pavimento pelvico dopo il parto.

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Consulenza per il vaginismo al Centro Salute Pelvi di Torino

Vaginismo e coppia: affrontarlo insieme e ritrovare l’intimità

Quando si parla di vaginismo si pensa quasi sempre a “un problema della donna”. In realtà tocca due persone. La coppia vive insieme la frustrazione, il senso di inadeguatezza e, spesso, il silenzio che cala intorno all’intimità. Eppure è proprio la coppia una delle risorse più potenti per uscirne: affrontare il vaginismo in due rende il percorso più breve e molto meno solitario.

In questo articolo non parliamo di sintomi e diagnosi: se cerchi la spiegazione clinica completa (cos’è, cause, come si cura) la trovi nella nostra guida al vaginismo. Qui parliamo di un aspetto che resta quasi sempre in ombra: come viverlo, e superarlo, come coppia.

Prima cosa: non è colpa di nessuno

Molte donne si sentono dire che “basta rilassarsi” o “bere un bicchiere di vino”. È un consiglio che fa più male che bene, perché nasce da un equivoco di fondo. Il vaginismo non è una scelta e non è una questione di volontà: è un riflesso involontario dei muscoli del pavimento pelvico, una risposta protettiva del sistema nervoso che scatta senza il permesso della persona.

Capirlo cambia tutto. Toglie la colpa alla donna, che non “si sta impuntando”, e toglie il peso al partner, che non deve sentirsi rifiutato. Il vaginismo non è un giudizio sulla relazione: è un disturbo, e come tale si affronta.

Il circolo del dolore: perché “sforzarsi” peggiora le cose

C’è un motivo preciso per cui insistere non funziona. Quando il corpo si aspetta dolore, i muscoli si contraggono in anticipo, come uno scudo. La contrazione rende la penetrazione dolorosa o impossibile. L’esperienza negativa, a sua volta, rafforza l’attesa di dolore per la volta successiva.

È un circolo che si auto-alimenta: più si prova a forzare, più il corpo impara ad avere paura. Per questo la strada non è “riprovare a tutti i costi”, ma spezzare il circolo, con calma e nel modo giusto. Ed è anche il motivo per cui la coppia conta: la pressione, anche involontaria, alimenta il circolo, la serenità lo allenta.

Il ruolo del partner: esserci, senza mettere fretta

Il partner può fare una differenza enorme, a una condizione: presenza, non pressione. Alcune cose che aiutano davvero:

  • Ascoltare senza cercare subito “la soluzione” o il risultato al primo tentativo.
  • Togliere la penetrazione dall’obiettivo, almeno per un periodo. Ritrovare contatto, tenerezza e piacere senza il traguardo del rapporto completo abbassa l’ansia da prestazione, che è uno dei motori del disturbo.
  • Informarsi e partecipare al percorso, quando la partner lo desidera: accompagnarla, condividere le tappe, essere alleato del cambiamento.
  • Avere pazienza sui tempi: il corpo ha bisogno di reimparare la sicurezza, e questo non si decide con la forza di volontà.

Cosa aiuta e cosa evitare, in pratica

Piccole frasi possono avvicinare o allontanare. Qualche esempio concreto:

Aiuta: “Non c’è fretta.” · “Ci sono, lo affrontiamo insieme.” · “Non è colpa tua.”

Non aiuta: “Rilassati.” · “Forse non ti piaccio.” · “Le altre non hanno questo problema.”

La differenza non è nel gesto eclatante, ma nel clima quotidiano: un ambiente senza giudizio e senza aspettative è già parte della cura.

Un percorso che si fa in due, ma guidati

Affrontare il vaginismo da soli, in coppia, è difficile proprio perché tocca insieme corpo, mente e relazione. Per questo al Centro Salute Pelvi il percorso è affidato a un team: fisioterapista e ostetrica specializzate, ginecologo, sessuologo e psicoterapeuta lavorano in modo coordinato attorno alla persona, e alla coppia quando lo desidera.

Un timore frequente è che la riabilitazione sia dolorosa. È il contrario: il percorso è graduale, rispettoso dei tempi e non doloroso, ed è il corpo a dare il ritmo, non la fretta. Come funziona nel dettaglio, fase per fase, lo spieghiamo nella pagina dedicata al vaginismo.

Domande frequenti (per la coppia)

Come posso aiutare la mia compagna senza metterle pressione?

Esserci senza pretendere risultati. Togli la penetrazione dagli obiettivi per un po’, informati sul disturbo e falle sentire che non è sola. La pressione, anche in buona fede, alimenta l’ansia.

Il vaginismo può rovinare la relazione?

Non deve. Molte coppie raccontano di essere uscite dal percorso più unite di prima: affrontare insieme una difficoltà intima, con l’aiuto giusto, spesso rafforza il legame invece di romperlo.

Possiamo avere una gravidanza nonostante il vaginismo?

Sì. Con un percorso terapeutico adeguato molte donne superano il disturbo e arrivano a rapporti completi e alla gravidanza. Esistono inoltre strade alternative da valutare con gli specialisti.

Devo partecipare alle sedute?

Se la tua partner lo desidera, il coinvolgimento del partner è utile: aiuta a sciogliere l’ansia da prestazione e a costruire il cambiamento insieme. Resta sempre una scelta della donna.

In sintesi

Il vaginismo non è una condanna e non è una colpa: è un disturbo comune e trattabile, e affrontarlo in coppia lo rende più leggero e più veloce da superare. Il primo passo è il più semplice: chiedere aiuto, insieme.

Se volete capire da dove partire, prenotate una prima valutazione o leggete la nostra guida completa sul vaginismo.

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Il team del Centro riunito in cerchio durante un confronto sui casi

Riabilitazione del pavimento pelvico nell’incontinenza femminile: il valore dell’intervento precoce

Quando si parla di incontinenza urinaria femminile, il momento in cui si interviene fa la differenza. Più che ripercorrere cause e tipologie del disturbo (che abbiamo approfondito nella nostra guida dedicata all’incontinenza urinaria femminile), in questo articolo ci concentriamo su un aspetto spesso sottovalutato: il valore di una riabilitazione del pavimento pelvico avviata precocemente e guidata da un team multidisciplinare.

Molte donne convivono con questo disturbo per anni prima di chiedere aiuto. Studi internazionali indicano che il tempo medio tra l’inizio dei sintomi e la prima visita medica può variare da 4 a 9 anni, spesso a causa dell’imbarazzo o della convinzione che si tratti di una conseguenza inevitabile dell’età o del parto.

In realtà, intervenire precocemente è fondamentale. L’incontinenza urinaria tende a peggiorare nel tempo se non trattata, portando non solo a un aumento delle perdite, ma anche a isolamento sociale, riduzione dell’attività fisica e peggioramento della qualità della vita.

Un trattamento tempestivo consente invece di risolvere il problema in modo più semplice e meno invasivo, riducendo spesso la necessità di terapie farmacologiche o chirurgiche.

La diagnosi precoce: il primo passo verso una terapia efficace

Il percorso terapeutico inizia sempre da una valutazione clinica accurata, necessaria per comprendere l’origine del problema e individuare la terapia più adatta.

In questa fase lo specialista raccoglie l’anamnesi e si avvale di strumenti mirati (come l’esame delle urine, il diario minzionale e l’ecografia con valutazione del residuo post-minzionale) per inquadrare il tipo di incontinenza e individuare la terapia più adatta. Abbiamo descritto nel dettaglio iter diagnostico, tipologie e cause nella guida dedicata all’incontinenza urinaria femminile: qui ci preme sottolineare un punto, ovvero che riconoscere precocemente il disturbo permette di indirizzare subito verso il trattamento più efficace, evitando peggioramenti e complicanze.

Riabilitazione del pavimento pelvico: il trattamento di prima scelta

Le principali linee guida internazionali indicano la riabilitazione del pavimento pelvico (Pelvic Floor Muscle Training – PFMT) come il trattamento conservativo di prima linea.

Questa terapia consiste in un programma personalizzato di esercizi mirati, finalizzati a migliorare:

  • forza muscolare
  • resistenza
  • coordinazione
  • controllo della continenza

Perché la supervisione professionale è fondamentale

Molte donne provano esercizi trovati online o suggeriti da conoscenti. Tuttavia, la letteratura scientifica dimostra chiaramente che i programmi supervisionati da professionisti sanitari esperti sono significativamente più efficaci rispetto agli esercizi eseguiti autonomamente.

Prima di iniziare la riabilitazione, viene eseguita una valutazione funzionale dettagliata, fondamentale per verificare che la contrazione avvenga correttamente e senza compensi.

Numerosi studi dimostrano che un percorso riabilitativo ben strutturato può portare a:

  • miglioramento significativo dei sintomi
  • riduzione delle perdite
  • miglioramento della qualità della vita
  • riduzione del rischio di chirurgia

Riabilitazione di secondo livello: tecnologia e precisione terapeutica

In alcune situazioni, possono essere integrate tecniche avanzate:

  • Biofeedback
  • Elettrostimolazione
  • Training funzionale del core

Queste metodiche permettono di migliorare la percezione muscolare e rendere più efficace il percorso riabilitativo, soprattutto nei casi più complessi.

Il valore del team multidisciplinare: un approccio realmente personalizzato

Uno degli elementi più importanti nel trattamento dell’incontinenza urinaria è la presenza di un team multidisciplinare, capace di valutare ogni caso nella sua globalità.

Nel percorso terapeutico possono essere coinvolti:

  • Uroginecologo
  • Fisioterapista del pavimento pelvico
  • Ostetrica specializzata
  • altri specialisti quando necessario

Questo approccio integrato consente di costruire un percorso terapeutico personalizzato, adattato alle caratteristiche cliniche e alle esigenze della paziente.

Prevenzione e stile di vita: parte integrante del trattamento

Intervenire precocemente significa anche modificare alcune abitudini che possono influenzare i sintomi.

Tra le principali:

  • gestione corretta dei liquidi
  • riduzione della caffeina
  • controllo del peso corporeo
  • miglioramento della gestione delle pressioni addominali

La prevenzione è particolarmente importante durante:

  • gravidanza
  • post-partum
  • menopausa

Un percorso integrato per tornare a vivere con serenità

L’incontinenza urinaria non deve essere considerata una condizione normale con cui convivere.

Oggi esistono trattamenti efficaci e sicuri, in grado di migliorare significativamente la qualità della vita.

Affrontare il problema precocemente attraverso un percorso riabilitativo strutturato e multidisciplinare rappresenta la strategia più efficace e meno invasiva.

Presso il Centro Salute Pelvi, ogni donna può trovare un team multidisciplinare altamente specializzato, tecnologie dedicate e un approccio personalizzato che integra valutazione medica e riabilitazione pelvica.

Il percorso integrato lo trovi descritto nella pagina dedicata all’uroginecologia a Torino.

FAQ Incontinenza Urinaria Femminile

È consigliabile rivolgersi a uno specialista quando si verificano perdite di urina anche occasionali, soprattutto durante tosse, risate o attività fisica. Intervenire precocemente permette di ottenere risultati migliori e ridurre il rischio di peggioramento.
Non sempre. Gli esercizi eseguiti senza supervisione possono essere inefficaci o eseguiti in modo scorretto. A volte le donne credono di fare gli esercizi, ma in realtà non riescono ad attivare la muscolatura specifica. Un percorso guidato da professionisti permette di ottenere risultati migliori e più duraturi.
Sì. Nella maggior parte dei casi, soprattutto nelle forme iniziali, la riabilitazione del pavimento pelvico rappresenta il trattamento di prima scelta e può portare a miglioramenti significativi o alla completa risoluzione dei sintomi.
Sì. In menopausa i cambiamenti ormonali possono indebolire i tessuti pelvici. La riabilitazione aiuta a mantenere la funzione muscolare e prevenire peggioramenti.
La durata varia in base alla gravità dei sintomi, ma generalmente il percorso può durare dalle 5 alle 10 sedute, con sedute settimanali associate a esercizi domiciliari. La durata dipende dalla gravità del caso e dalla capacità di attivare attivamente la muscolatura pelvica.

Bibliografia

  • NICE Guideline NG123 (2019). Urinary incontinence and pelvic organ prolapse in women: management.
  • NICE Guideline NG210 (2021). Pelvic floor dysfunction: prevention and non-surgical management.
  • RCOG/NCC-WCH (2013). Urinary incontinence in women: management.
  • Abrams P, et al. (1998/2002). Terminology of lower urinary tract function.
  • Bo K, et al. (1996/2005). Long-term effect of pelvic floor muscle exercise.
  • Imamura M, et al. (2010). Effectiveness of non-surgical treatments for stress urinary incontinence.
  • Ward KL, Hilton P (2004). Tension-free vaginal tape vs colposuspension.

 

Pessari vaginali di forme e materiali diversi su fondo bianco: ad anello, a ciambella, cubico e a fungo

Pessari vaginali: cosa sono, tipi e quando usarli contro il prolasso

Una guida chiara ai pessari vaginali: come funzionano, quando sono indicati e perché rappresentano una valida alternativa alla chirurgia in molti casi.

Quando le strutture che sostengono gli organi pelvici perdono tono o supporto, può comparire il cosiddetto prolasso degli organi pelvici, una condizione piuttosto comune soprattutto dopo gravidanze, parto, menopausa o con l’avanzare dell’età.

Tra le diverse opzioni terapeutiche disponibili, non sempre è necessario ricorrere subito alla chirurgia. Esistono infatti soluzioni conservative, efficaci e poco invasive, come i pessari vaginali. Si tratta di dispositivi medici che vengono inseriti in vagina per sostenere gli organi prolassati, migliorando i sintomi e la qualità della vita.

I pessari non sono tutti uguali: ne esistono diverse forme e dimensioni, e la scelta dipende dal tipo e dal grado di prolasso, oltre che dalle caratteristiche anatomiche e dalle esigenze della paziente. Tra i modelli più utilizzati troviamo il pessario ad anello e quello cubico.

Il pessario ad anello

Il pessario ad anello è probabilmente il più semplice e diffuso. Ha una forma circolare, morbida e flessibile, e viene spesso consigliato nei casi di prolasso lieve o moderato. Questo tipo di pessario è generalmente ben tollerato e può essere mantenuto anche per periodi prolungati, con controlli periodici e sostituzione del dispositivo ogni 4-6 mesi. Rimanendo sempre in sede vaginale, è consigliabile l’utilizzo di gel e/o ovuli vaginali per migliorare il trofismo dei tessuti e prevenire irritazioni o infezioni. In alcune versioni può essere dotato di una membrana centrale che offre un supporto aggiuntivo.

Il pessario cubico

Diverso è il caso del pessario cubico, che ha una forma a cubo con piccole concavità sulle superfici. Questa struttura gli permette di aderire alle pareti vaginali grazie a un effetto “ventosa”, garantendo un sostegno più deciso. Proprio per questo motivo viene utilizzato soprattutto nei prolassi più avanzati o quando altri pessari non risultano sufficienti. Il pessario cubico, a differenza di quello ad anello, richiede una gestione più attiva da parte della paziente: di solito deve essere rimosso quotidianamente la sera e riposizionato la mattina per permettere una corretta igiene e ridurre il rischio di irritazioni o infezioni. L’utilizzo e l’autogestione risultano comunque semplici e il primo addestramento avviene sotto la supervisione medica o ostetrica nel corso del primo inserimento.

Entrambi i tipi di pessario possono alleviare sintomi come la sensazione di peso pelvico, la difficoltà urinaria o la sensazione di “ingombro” vaginale. Inoltre, rappresentano una valida soluzione per le donne che non possono o non desiderano sottoporsi a un intervento chirurgico, oppure come supporto temporaneo in attesa di un trattamento definitivo.

È fondamentale sottolineare che l’utilizzo del pessario deve sempre essere seguito da un professionista sanitario. La scelta del modello e della misura corretta, così come il monitoraggio nel tempo, sono passaggi essenziali per garantire efficacia, sicurezza e comfort. Durante i controlli, il medico verifica lo stato dei tessuti vaginali e l’eventuale necessità di modificare il dispositivo o la modalità d’uso.

Il nostro approccio al pessario: un percorso guidato e personalizzato

Presso Centro Salute Pelvi, l’utilizzo del pessario non è un semplice inserimento di un dispositivo, ma parte di un percorso strutturato e multidisciplinare, studiato sulle caratteristiche di ogni donna.

Il percorso prevede:

  • Valutazione specialistica iniziale: viene eseguita una visita uroginecologica completa per valutare il tipo e il grado di prolasso, le caratteristiche anatomiche e i sintomi riferiti.
  • Scelta personalizzata del pessario: il tipo e la misura del pessario vengono scelti in modo mirato, tenendo conto della tollerabilità, dello stile di vita e delle esigenze individuali.
  • Primo inserimento e addestramento: durante il primo inserimento, la paziente viene accompagnata nella comprensione del dispositivo e, quando indicato, istruita alla gestione autonoma.
  • Controlli periodici programmati: il follow-up è fondamentale per verificare il corretto posizionamento, lo stato dei tessuti vaginali e l’efficacia del trattamento nel tempo.
  • Integrazione con riabilitazione del pavimento pelvico: quando necessario, il pessario può essere associato a un percorso di riabilitazione pelvica per migliorare ulteriormente il supporto e i sintomi.

Questo approccio permette di ottenere maggiore efficacia, sicurezza e comfort nel lungo periodo.

Scopri come funziona il percorso di diagnosi e trattamento del prolasso nella pagina dedicata all’uroginecologia del Centro Salute Pelvi.

Bibliografia

1. Zeiger BB, da Silva Carramão S, Del Roy CA, da Silva TT, Hwang SM, Auge APF. Vaginal pessary in advanced pelvic organ prolapse: impact on quality of life. Int Urogynecol J. 2022 Jul;33(7):2013-2020. doi: 10.1007/s00192-021-05002-7. Epub 2021 Nov 6.
2. Pizzoferrato AC, Nyangoh-Timoh K, Martin-Lasnel M, Fauvet R, de Tayrac R, Villot A. Vaginal Pessary for Pelvic Organ Prolapse: A French Multidisciplinary Survey. J Womens Health (Larchmt). 2022 Jun;31(6):870-877. doi: 10.1089/jwh.2021.0229. Epub 2021 Sep 27.
3. Miceli A, Dueñas-Diez JL. Effectiveness of ring pessaries versus vaginal hysterectomy for advanced pelvic organ prolapse. A cohort study. Int Urogynecol J. 2019 Dec;30(12):2161-2169. doi: 10.1007/s00192-019-03919-8. Epub 2019 Mar 12.
4. Nemeth Z, Kolumban S, Schmidt R, Gubas P, Kovacs K, Farkas B. Self-management of vaginal cube pessaries may be a game changer for pelvic organ prolapse treatment: a long-term follow-up study. Int Urogynecol J. 2023 Apr;34(4):921-927. doi: 10.1007/s00192-022-05287-2. Epub 2022 Jul 16

FAQ Pessari Vaginali

No, se scelto correttamente e posizionato da un professionista esperto, il pessario non deve causare dolore. Nelle prime fasi può essere necessaria una breve fase di adattamento, ma la maggior parte delle donne lo tollera molto bene.
Generalmente sono consigliati controlli periodici ogni 4–6 mesi, anche se la frequenza può variare in base al tipo di pessario e alle caratteristiche della paziente.
Sì. Il pessario consente di svolgere le normali attività quotidiane, camminare, lavorare e, in molti casi, praticare attività fisica leggera.
In molti casi sì. Il pessario rappresenta una valida alternativa alla chirurgia oppure una soluzione temporanea per migliorare i sintomi e la qualità della vita.
Dipende dal tipo di pessario utilizzato. Alcuni modelli, come quello ad anello, possono essere compatibili con i rapporti sessuali, mentre altri, come il pessario cubico, devono essere rimossi.
No. Dopo un adeguato addestramento iniziale, molte donne imparano facilmente a gestirlo in autonomia, soprattutto nel caso dei pessari che richiedono rimozione quotidiana.
Ecografia pelvica eseguita in studio da una professionista

Cistite ricorrente che non guarisce: cosa non fare (e perché)

Hai fatto più cicli di antibiotici, eppure la cistite continua a tornare? Quando le infezioni urinarie diventano ricorrenti e non guariscono, insistere con la stessa strada non è sempre la soluzione migliore. In questo articolo vediamo cosa non fare, perché, e soprattutto cosa fare davvero alla luce degli studi più recenti. Se invece cerchi una panoramica completa su cause, sintomi ed esami, trovi tutto nell’approfondimento dedicato alla cistite ricorrente: cause, sintomi e diagnosi.

Quando la cistite ritorna, l’antibiotico non è sempre la risposta

Le infezioni delle vie urinarie sono altamente soggette a recidiva: una quota significativa di donne sviluppa forme ricorrenti, con un impatto rilevante sulla qualità della vita. Per molto tempo il problema è stato affrontato quasi esclusivamente con l’antibiotico ma, quando gli episodi si ripetono, questo approccio mostra i suoi limiti.

Diversi studi recenti suggeriscono un potenziale legame tra l’uso prolungato di antibiotici nelle donne con infezioni urinarie ricorrenti e un aumento del rischio di infezioni gravi, come pielonefrite e setticemia. L’uso continuo o soppressivo, soprattutto in assenza di prove chiare di efficacia nella prevenzione delle recidive, mette in discussione l’impiego diffuso della profilassi antibiotica a lungo termine. Ne emerge la necessità di una prescrizione più oculata e di un uso più restrittivo delle terapie soppressive.

Cosa NON fare quando la cistite continua a tornare

Quando le infezioni urinarie ricorrono, alcune abitudini diffuse rischiano di peggiorare la situazione. In particolare:

  • Non assumere antibiotici automaticamente ai primi sintomi, senza una valutazione adeguata: la terapia “empirica” o l’auto-assunzione sono il modo più rapido, ma non il più sicuro, di affrontare il problema.
  • Evitare cicli ripetuti o sequenze di antibiotici non guidati da una diagnosi precisa: non sono privi di conseguenze sull’organismo e favoriscono i meccanismi di resistenza, riducendo le opzioni terapeutiche quando servono davvero.
  • Non affidarsi a integratori “a prolungare la resa” assunti in autonomia e senza criterio: da soli non risolvono la causa e possono dare un falso senso di sicurezza.
  • Non trascurare l’equilibrio dell’ecosistema intestinale, vaginale e vulvare: cicli ripetuti di antibiotici possono peggiorare la disbiosi e alimentare un vero e proprio circolo vizioso, in cui più antibiotici aumentano la fragilità dell’organismo e favoriscono nuove recidive.

Verso nuovi approcci: microbiota, disbiosi e prevenzione

Le più recenti scoperte microbiologiche stanno cambiando la comprensione delle infezioni delle vie urinarie. Le revisioni e gli studi sui microbiomi intestinale, vaginale e urinario sostengono sempre di più una visione integrata: la salute della vescica non dipende solo dall’urina o dal germe isolato, ma anche dalla qualità dell’ecosistema che circonda l’apparato urinario.

Intervenire sul microbiota per riequilibrarlo può rappresentare un nuovo approccio terapeutico. Comprenderne il funzionamento apre la strada a probiotici più efficaci, in grado di prevenire le infezioni in modo naturale e ridurre l’uso di antibiotici, limitando il rischio di resistenze. Parallelamente, la metabolomica e la ricerca nutrizionale stanno indagando quali nutrienti favoriscono la crescita batterica e il ruolo del pH urinario, aprendo la strada a strategie di prevenzione mirate.cistiti ricorrenti

Cosa fare davvero quando la cistite continua a tornare

Quando gli episodi si ripetono, il passo più importante non è cambiare continuamente antibiotico, ma capire perché quella paziente continua a infiammarsi o a infettarsi.

Il primo punto è una corretta valutazione specialistica. Serve per distinguere una vera infezione urinaria ricorrente da altre condizioni che possono dare sintomi simili, come ipersensibilità vescicale, dolore pelvico, infiammazione cronica, disbiosi vaginale o problematiche vulvari.

Il secondo passaggio fondamentale è la valutazione del pavimento pelvico. In alcune donne un tono muscolare aumentato può creare una condizione di ipertono e difficoltà al rilassamento. Questo può contribuire non solo a bruciore, urgenza e fastidio urinario, ma anche a dolore nei rapporti. Quando durante i rapporti c’è attrito su tessuti già sensibili o poco trofici, possono verificarsi microlesioni che favoriscono infiammazione locale e aumentano la vulnerabilità ai sintomi recidivanti.

Un altro elemento da valutare è il trofismo vulvare e vaginale. In menopausa, l’atrofia legata al calo estrogenico può favorire secchezza, fragilità dei tessuti, alterazione del pH e riduzione dei lattobacilli. Ma anche in donne giovani, in alcuni casi, assetti ormonali specifici o l’uso della pillola possono associarsi a una maggiore fragilità mucosa, con microtraumi e sintomi che favoriscono il quadro delle recidive. Il ruolo del deficit estrogenico e delle alterazioni del microbiota vaginale nel rischio di IVU ricorrenti è ben supportato soprattutto nelle donne in postmenopausa.

Va poi considerato il microbiota vaginale, che dovrebbe essere il più possibile sano e lattobacillare: un ecosistema vaginale protettivo è un tassello importante nella prevenzione delle recidive. Infine, è necessario aprire un grande capitolo sul microbiota intestinale. La disbiosi intestinale e l’infiammazione cronica possono favorire uno squilibrio persistente del serbatoio batterico enterico; a loro volta, cistiti ripetute e antibiotici frequenti possono peggiorare ulteriormente la salute intestinale, alimentando il circolo vizioso. Per questo, nelle donne con cistite ricorrente, guardare anche all’intestino non è un dettaglio accessorio, ma parte del problema.

In pratica, i passi giusti sono questi:

  • confermare se si tratta davvero di un’infezione urinaria ricorrente;
  • fare una valutazione specialistica accurata;
  • eseguire una valutazione del pavimento pelvico;
  • valutare trofismo vulvare e vaginale;
  • considerare la qualità del microbiota vaginale;
  • non trascurare il ruolo del microbiota intestinale;
  • usare antibiotici in modo più mirato e meno automatico;
  • integrare, quando indicato, strategie complementari personalizzate.

Cistite ricorrente: il metodo del Centro Salute Pelvi

Quando la cistite continua a tornare, il nostro approccio non si limita alla terapia dell’episodio acuto, ma punta a comprendere le cause che favoriscono le recidive. Per questo la gestione delle cistiti ricorrenti si inserisce in un percorso multidisciplinare dedicato alla cistite ricorrente che può includere:

Valutazione specialistica uroginecologica

Per distinguere una vera infezione urinaria da altre condizioni che possono dare sintomi simili, come infiammazione cronica, dolore pelvico o alterazioni uro-genitali.

Valutazione del pavimento pelvico

Per individuare eventuale ipertono muscolare, difficoltà di rilassamento o fastidio durante i rapporti. L’eccessiva tensione muscolare può causare attrito sui tessuti, microlesioni e irritazione locale, creando un terreno favorevole alla comparsa o al mantenimento dei sintomi.

Valutazione del trofismo vulvare e vaginale

Particolarmente importante in menopausa, ma utile anche nelle donne più giovani, per identificare eventuali condizioni di fragilità mucosa o secchezza, ad esempio a seguito di assunzione della pillola.

Valutazione del microbiota vaginale e intestinale

Per individuare eventuali squilibri che possono favorire le recidive e impostare strategie mirate di riequilibrio.

Conclusione

La cistite ricorrente non è sempre solo un problema di batteri da eliminare. Spesso è il risultato di un ecosistema alterato, in cui vescica, vagina, intestino, ormoni e pavimento pelvico si influenzano a vicenda. Per questo, quando il disturbo continua a tornare o non guarisce davvero, la strada più efficace non è aggiungere terapie a caso, ma fare una valutazione completa e personalizzata.

Bibliografia

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FAQ Cistite Ricorrente

Sì. Un pavimento pelvico troppo contratto (ipertono) può favorire dolore, bruciore urinario e fastidio durante i rapporti. L’eccessiva tensione muscolare può causare attrito sui tessuti, microlesioni e irritazione locale, creando un terreno favorevole alla comparsa o al mantenimento dei sintomi. Una valutazione del pavimento pelvico può aiutare a identificare e trattare queste condizioni.
Sì. L’intestino rappresenta uno dei principali serbatoi di batteri che possono causare infezioni urinarie. Una disbiosi intestinale può favorire la persistenza di batteri uropatogeni e aumentare il rischio di recidive. Inoltre, cicli ripetuti di antibiotici possono peggiorare l’equilibrio intestinale, contribuendo a un circolo vizioso.
Sì. In menopausa, la riduzione degli estrogeni può causare secchezza vaginale, aumento del pH vaginale, riduzione dei lattobacilli e maggiore fragilità dei tessuti. Questi cambiamenti rendono l’ambiente uro-genitale più vulnerabile alle infezioni e alle recidive.
Alcuni composti naturali, come mannosio, mirtillo rosso, uva ursina o melograno, possono avere un ruolo come supporto alla prevenzione, ma non sostituiscono una valutazione clinica e un trattamento personalizzato. La loro efficacia dipende dal contesto clinico e dal corretto inquadramento del problema.
È consigliabile una valutazione specialistica quando la cistite si ripresenta frequentemente, i sintomi persistono nonostante le terapie, le urine risultano negative ma i disturbi continuano, compare dolore durante i rapporti, sono presenti bruciore o fastidio cronico. In questi casi è importante valutare l’intero sistema uro-genitale e non solo la vescica.